Di telegrafi e balconi

Calda, profumata, all’apice del contagio c’è stata una giornata di sole.
Sentivo la primavera sulla pelle, ma l’assenza dei rumori abituali e delle risate che ad essa si accompagnano spezzava l’aria.

D’improvviso, al risveglio da un pisolino sulla panca del terrazzo, sono stata raggiunta da una miriade di voci. Provenivano da ogni ballatoio, da ogni finestra, da ogni cucina, da ogni cortile.

Erano nuovi suoni, stralci di conversazioni casuali in una babele di lingue: arabo, rumeno, inglese, spagnolo, perfino il silenzio del cinese seduto in terra e appoggiato allo stipite del balcone si sentiva come un urlo. D’un tratto ho smesso di sentirmi sola e finalmente mi è risultato chiaro che la città, sparita al mio sguardo, restava tutta intorno a me.
Ci ero rimasta immersa dentro, incastrata.

La prossimità, di cui sentivo tanto la mancanza, era ora affidata ad una folla caleidoscopica di corpi sconosciuti, che tuttavia, dopo questo isolamento, non saranno mai più tali: ascolterò cambiare nel tempo la voce della bambina del primo piano che parlava dal ballatoio con tutti i nonni adottivi del cortile, invidierò la tintarella della vicina in costume da bagno ogni giorno, dietro una tenda che (nessuno glielo dica) non la copriva per niente, prenderò esempio prima o poi dall’infaticabile popolo di saltatori di corda che ho scoperto abitare nel mio palazzo.

Di sicuro mi chiederò per sempre dove è finito il signore che indossava paglietta e ombrellino di pizzo, visto entrare e uscire dalle sue stanze buie come un’apparizione fantasmatica, ma guarderò con rinnovata allegria le case di ringhiera dell’edificio un po’ fatiscente che ho di fronte, ricordandomi della vitalità dei suoi abitanti, che ne hanno ridipinto tutti insieme l’intera facciata, senza ponteggi, tra un karaoke e una braciata.

E poi, senza alcun dubbio, comprerò un’amaca, come quella che vedevo dondolare dall’angolo di un terrazzo. Da lì preserverò un tempo che ho scoperto necessario, da dedicare all’esplosione dei gelsomini in fiore, salvati grazie alla supervisione dalle amiche al piano di sopra del condominio accanto, e resterò così a farmi cullare da tutta questa umanità, mai persa eppure ritrovata.

Sarebbe bello essere una delle prime telefoniste, quelle che nelle piccole comunità di un tempo si erano fatte costruire in casa un centralino e, dalle tappezzerie a fiori del loro salotto muovevano decine di fili, permettendo a tutta la città di rimanere connessa.

Tutta la città contenuta in un’unica stanza, decine di solitudini ricucite insieme come in una tela. Vorrei che queste nostre voci, a distanza di anni, potessero ricordarci com’eravamo più intimi mentre resistevamo in equilibrio sui nostri fili e gioivamo delle voci dei bambini ma tremavamo per i silenzi interrotti dalle ambulanze, eravamo distanti ma riuscivamo a guardarci negli occhi e il canto degli uccelli e delle chitarre riempiva tutta l’aria.

Alla Torino desiderata, alla Torino che vorremo immaginare ancora.

The City Listener ringrazia Laura Cardia, che riesce a muoversi in volo planare sulla città anche stando ferma, Maria Petracca che insegna ad ascoltare il rumore dei sanpietrini bagnati, Valentina Paracchi che da un balcone di Cit Turin veglia sulle piante di tutta la città, Silvano Stralla che costruisce ponti tibetani per unire i tetti di San Salvario, Cecilia Campironi che si stringe nella nostalgia delle scolaresche ululanti dall’albergo di Parella, Raffaella Ronchetta che prova invidia solo per le magnolie e scambia piatti con i vicini di casa in Crocetta, Paola Fagnola che sa cosa si prova a vivere a cavallo di due quartieri che prima non esistevano in Barriera di Milano, Federico Vota che ha proiettato le sue animazioni sul muro spoglio di fronte a casa per illuminare di poesia San Donato, Gaia Giordani che ha di sicuro le idee chiare per le attività estive a … e io voglio parteciparvi ad ogni costo!

Descrivere la quarantena da soli, come l’abbiamo vissuta, non era giusto.
Torniamo a fare Torino grazie ai nostri sguardi e alle nostre voci.

Ma qualcuno si è spinto più in là e ha voluto regalarci una dérive tra i tetti dietro alla Stazione di Porta Nuova. Questa puntata ha anche un bonus track di Silvano Stralla, che ci raconta dei suoi ortigiardino.
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